CONDIVIDI L'ARTICOLO

È innegabile che, attualmente, fatta eccezione, in parte, per le sentenze della Cassazione, nelle controversie bancarie, la giurisprudenza di merito, con non poche, tra l’altro, criticità interpretative, si sia “culturalmente” schierata dalla parte degli istituti di credito, discostandosi spesso, in modo acritico, assiomatico e con motivazioni didascaliche, dagli orientamenti della Suprema Corte.

Le sentenze di merito configurano, salvo poche eccezioni nel sensibile tema del diritto bancario, un coacervo di profili argomentativi e rationes decidendi, infatti, che assolutamente non prendono in considerazione i precedenti giurisprudenziali di legittimità e la funzione nomofilattica ad essi demandata, oppure, pur citandoli, li disattende con motivazioni apodittiche e apparenti, dando luogo ad un intollerabile e non consentito “braccio di ferro” con la Suprema Corte.

Nel nostro ordinamento detta funzione nomofilattica è stata, soprattutto, in tempi recenti, ulteriormente rinforzata dal legislatore (in particolare con il d.lgs. n. 40/2006), anche in relazione al principio della certezza del diritto.

Ne consegue che, poiché la norma si interpreta e non si applica, alla Corte di Cassazione è demandata la complessa e delicata funzione istituzionale di organo supremo dal punto di vista ermeneutico: tale compito di indirizzo interpretativo (detto appunto nomofilachia) non esclude la funzione c.d. “propositiva” dei giudici di merito, sino ad un’eventuale interpretazione contrastante con quella dei giudici di legittimità, ma “tollerabile” dall’ordinamento, semprechè venga fondata su rigorose, specifiche e dettagliate argomentazioni a contrario.

In particolare, da parte di molti Tribunali e Corti d’Appello si omette del tutto di considerare i precedenti giurisprudenziali della Cassazione in tema di autonoma rilevanza degli interessi di mora ai fini del superamento del tasso soglia usurario, di ammissione di consulenza tecnica di ufficio avente non più natura esplorativa riguardo a indagini che richiedono un elevato grado di cognizione tecnico-scientifica, di esclusione di applicazione di maggiorazioni al tasso soglia in tema di usura, di governo delle spese processuali (da compensare in presenza di pronunce difformi dagli indirizzi di legittimità), di ordine di esibizione alla banca di documenti ex art. 210 c.p.c., ancora, di non rilevanza delle circolari della Banca d’Italia in quanto non costituenti fonte normativa e non vincolanti per i giudici.

In tale “situazione”, che rende difficile la difesa dei contraenti deboli nell’ambito di rapporti aboriginesperequati, caratterizzati da contratti imposti, è fortemente inopportuno da parte della Scuola Superiore della Magistratura delegare alla Banca d’Italia (per ovvie ragioni) che è inutile qui sottolineare, l’organizzazione di corsi di formazione in materia bancaria per magistrati (ed anche avvocati), essendo necessario che detti corsi vengano invece gestiti in modo tale e presso sedi che di per sé non risultino incompatibili con un’effettiva tutela dei principi costituzionali dell’autonomia ed indipendenza dell’ordine giudiziario (da ogni altro potere, compresi quelli di carattere economico).

Risulta, quindi, quanto più opportuno una presa di coscienza su tale delicato tema da parte sia del Consiglio Superiore della Magistratura, il cui fine primario è appunto quello di tutelare l’indipendenza dei giudici, sia della Scuola Superiore della Magistratura, cui è demandato il delicato compito istituzionale della formazione giuridica e culturale dei giudici, al di fuori di precostituiti programmi didattici di “indottrinamento”, non compatibili con il nostro sistema di valori costituzionali.

È auspicabile che la formazione dei giudici in materia bancaria metta in primaria evidenza, sulla base dei principi costituzionali ed in particolare dell’art. 2 Cost., l’esigenza di tutela della correttezza nei rapporti bancari, della teoria dell’affidamento, quale ineludibile criterio ermeneutico delle dichiarazioni negoziali inter vivos, della imprescindibile valutazione nei contratti bancari della esistenza degli interessi meritevoli di tutela, della interpretazione secondo buona fede dei contratti quale criterio autonomo ai fini dell’equo contemperamento delle posizioni dei soggetti contraenti, e della configurazione, ormai non più differibile, del c.d. “terzo contratto” in cui, pur non essendovi un contraente debole – persona fisica, vi è comunque una palese posizione di imprenditore debole.

Quanto chiesto ed auspicato non è certo nell’interesse di particolari statuspersonali o professionali ma nel superiore interesse pubblico della tutela dei diritti costituzionali e civilistici del cittadino al fine di sopprimere o rendere quanto più ristrette le possibilità che gli stessi, per usare un termine anglosassone, subiscano tortsdal sistema bancario nel suo complesso.

Bruno Spagna Musso

Lascia un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *