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La segnalazione a sofferenza alla Centrale Rischi della Banca d’Italia non può scaturire dal mero ritardo nel pagamento del debito o da volontario inadempimento, ma deve essere determinata dal riscontro di una situazione patrimoniale deficitaria, caratterizzata da una grave e non transitoria difficoltà economica equiparabile, anche se non coincidente, con la condizione d’insolvenza, come richiesto dalla circolare della Banca d’Italia n. 139/1991 e succ. agg. (v. cap. II, sez. II, par. 1.5).

Laddove, invece, la banca richieda immotivatamente di formulare “a brevissima scadenza”una pronta decurtazione e una proposta di sistemazione a fronte di un modesto sconfino, e poco dopo proceda alla revoca degli affidamenti e al passaggio a sofferenza della posizione, la banca agisce indubbiamente in violazione dei doveri di correttezza e buona fede derivanti dal contratto stipulato con l’imprenditore.

L’imprenditore, invero, subisce il pericolo di un pregiudizio irreparabile a seguito di una segnalazione illegittima. Un’ingiusta segnalazione a sofferenza, infatti, comporta un rischio molto elevato di grave pregiudizio per l’imprenditore, sia sotto il profilo di revoca degli affidamenti già concessi da altri intermediari, sia per la preclusione alla concessione di nuove agevolazioni. Costituisce un fatto notorio che gli intermediari prestano, doverosamente, molta attenzione alle annotazioni presenti in Centrale Rischi e l’appostazione a sofferenza normalmente determina un tipico effetto negativo, nel senso di negare l’affidabilità bancaria al soggetto, con conseguente revoca degli affidamenti in essere anche da parte delle altre banche e blocco per quelli oggetto di nuove richieste. In sostanza, una errata segnalazione a sofferenza, secondo ciò che accade normalmente, comporta l’impossibilità di accedere al credito bancario a causa della non meritata immagine di “cattivo pagatore”. Il periculum in moraè, pertanto, in re ipsa.

Inoltre, secondo la Corte d’Appello di Roma (v. Corte d’Appello di Roma sentenza del 30 settembre 2016 n. 7826 in www.bancheepoteri.it – https://www.bancheepoteri.it/mdocs-posts/danno-morale-in-re-ipsa-per-illegittima-segnalazione-in-centrale-rischi/), l’imprenditore illegittimamente segnalato alla Centrale Rischi, non solo incorre nel pericolo di un pregiudizio grave e irreparabile, ma subisce un vero e proprio danno sia sotto il profilo patrimoniale che non patrimoniale. Anzi, il danno morale è in re ipsaed affligge sempre il cliente che si vede ridurre gli affidamenti e precludere il ricorso al credito. Tale danno va, pertanto, liquidato equitativamente e determinato alla luce della persistenza nel tempo del pregiudizio sulla base dell’importo ingiustamente segnalato a sofferenza.

Scarica >> Trib. MI 30.06.18 (Danno in re ipsa-Ordinanza)

3 Commenti

  1. Buonasera avvocato leggo il contenuto della sentenza in appello da Lei riportata, avendo subito anche io una illegittima segnalazione CAI sentenziata in primo grado dal giudice del tribunale di Latina nel 2014.oggi nel 2019 sono in attesa delle precisazioni delle conclusioni dalla corte di appello di Roma per un danno in re ipsa.sono passati 11 anni, questo danno quando verrà risarcito,mi viene richiesta la dimostrazione….. Un processo “documentale” è giusto che debba durare venti anni?la ringrazio per aver letto la presente.cordiali saluti

    • Non è possibile che una causa di appello stia in pratica ferma per ben 5 anni. Sono tempi biblici, incompatibili con la vita di ogni giorno.
      Mi auguro vivamente che questo governo si occupi di riformare anche il processo civile, abbreviandone drasticamente la durata

  2. Buongiorno, a proposito dell’articolo riguardante la illegittima segnalazione a sofferenza alla centrale rischi della banca d’Italia, tengo a precisare che, il sottoscritto negli anni 1991/1995 (piccolo imprenditore) aveva intrattenuto un rapporto di conto corrente con affidamento con una banca locale del Sud Salento, una banca del territorio tanto per intenderci, premetto che ogni giorni eseguivo pagamenti con assegni e versamenti su c/c, all’improvviso ricevevo una lettera di messa in mora e chiusura conto da un legale per conto della banca che mi intimava il pagamento di Lire 31.000.000 quale presunto saldo del c/c, iscrivendo il mio nominativo alla centrale rischi per 32.000.000 di Lire ( un milione in più), capite bene che , essendo iscritto alla centrale rischi tutte le porte di credito si chiusero causandomi danni irreparabili, tant’è che ho dovuto chiudere la mia piccola attività commerciale. Non dando riscontro alla minaccia estorsiva di questo legale che gira nella galassia di questa presunta banca, dopo pochi mesi ricevo istanza di fallimento per la stessa somma portata a debito dalla chiusura del conto, intimandomi e minacciandomi che se non eseguivo dei versamenti in favore della banca al fine di far vedere la mia volontà a pagare veniva attivato il paventato fallimento della mia attività. Cosa che feci. A seguito il paventato fallimento venne rigettato, non perchè avessi eseguito dei versamenti, ma per il semplice fatto che non potevo fallire in quanto piccolo imprenditore, cosa che non sapevo a differenza di questi signori della banca.
    Ordunque a seguito del rigetto dell’istanza, nel mese di giugno del 1997 nel mentre che avevo mia moglie ricoverata in stato terminale presso il policlinico di Bari, mi vedo notificare dall’avvocato della Banca in questione un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo per la somma di Lire.41.000.000 ( dieci milioni in più). con la data di notifica in calce al precetto a timbro 13 giugno 1997 che non opposi , in quanto in quel momento avevo mia moglie in stato terminale, tre figli piccoli e la mia attività che oramai l’avevo abbandonata a se stessa anche per la illegittima iscrizione alla centrale rischi, e non avevo possibilità economica per poter nominare un legale. Dopo il decreto ingiuntivo in data 12 settembre 1997 mi venne notificato pignoramento immobiliare della mia unica casa dove vivevo con la mia famiglia.
    Nel maggio 2001 dopo la morte di mia moglie, raccolsi tutta la documentazione bancaria e l’affidai ad un avvocato per citare in giudizio la banca in questione per anatocismo ed accertamento somme, orbene, questa causa è terminata ( il primo grado) dopo 15 anni e dopo aver denunciato il giudice istruttore, che essendo stata affidata ad un altro giudice e nominando un altro CTU che ha accertato che il presunto debito non era di 41.000.000 come portato su decreto ingiuntivo, ma di Lire 27.700.000 di Lire ( in conseguenza di ciò il credito non era nè liquido, nè certo, ne esigibile), Condannando la banca per anatocismo.
    Tornando al presunto decreto ingiuntivo del 1997 , la procedura esecutiva si è attivata nel 1996 a distanza di 9 anni dal pignoramento, in cui dopo varie udienze la mia casa venne aggiudicata alla società recupero crediti della stessa banca ( art. 2929 c.c., Corte di Cassazione a sezioni unite 21110/2012, Cassazione 3531/2009).
    Ora, vè da dire che a seguito di queste vicissitudini, mi sono messo a studiare il procedimento esecutivo e alcune norme di diritto bancario. Innanzitutto chiedendo la visura alla banca d’Italia sede di Lecce si evidenziava che la banca al 1° ottobre 2008 mi segnalava in sofferenza per la somma di euro 60.000,00 ( ancora non ho capito come si e arrivata a questa somma usuraria, atteso che, sono risultato creditore della banca ,in cui la stessa è stata condannata). Ma ,la cosa più sconvolgente è, stato quando mi recai per la prima volta negli archivi del Tribunale ad eseguire delle ricerche su faldone della presunta, inesistente, nulla e falsa procedura esecutiva, dove all’interno della stessa procedura vi era depositato l’originale decreto ingiuntivo della banca, dove notavo che in calce alla notifica del precetto vi era stata eseguita la falsificazione della data di notifica in calce al precetto con la sovrapposizione della data 14 a penna ,sulla data di notifica originale a timbro 13 giugno 1997, in quel mentre ne chiesi copia conforme del decreto ingiuntivo, ed ancora non capivo il perchè di quella falsificazione, ma quando arrivai a casa consultando il codice di procedura civile scoprii che, era stata eseguita la falsificazione al fine di far rientrare il pignoramento nei 90 giorni, in quanto lo stesso era nullo perchè aveva perso la sua efficacia, altro fatto gravissimo e che manca la data di notificazione sul titolo, e lo stesso non risulta mai stato essere notificato come dispone l’art. 149 cpc connesso alla Legge n. 890/1982, avendolo ricevuto per posta, oltre che manca la data , la firma e il timbro dell’agente postale di invio al destinatario, in questo caso si ha inesistenza della notificazione. Dopo aver denunciato il tutto alle varie procure e non solo, tutti gli originali del decreto ingiuntivo con la data falsificata in calce al precetto , sono spariti, cosi come sono spariti l’avviso di ricevimento Mod. 23L, e il modulo di accettazione postale 22 AG. MA SU QUESTO NON C’E’ PAURA, IL SOTTOSCRITTO E’ IN POSSESSO DI TUTTI GLI ORIGINALI. Morale della favola , nel 2017 la banca ha venduto la mia casa a mio figlio per una somma simbolica, ed il sottoscritto ha citato in giudizio tutti i responsabili di questa immane tragedia per una somma milionaria. Il presunto professionista è di un paese del sud salento, però è iscritto all’albo di una città della Lombardia. Preciso che per tutti i danni subiti , mi sono ammalato di varie patologie, sono stato cacciato illegittimamente da casa mia, subendo tutte le vessazioni che difficilmente un essere umano riesce a sopportare, ma non mi piego, fintanto questi ” signori” non si genuflettano al cospetto del sottoscritto.CIAO

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